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Il Giorno
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Il Giornale
Repubblica
Milano
<<Il più grande
santo e il più
potente intercessore
che abbiamo in
cielo, dopo la
Vergine Maria, è San
Giuseppe>>. Lo ha
affermato Pio IX nel
1870 con il decreto
della Sacra
Congregazione dei
riti “Quemadmodum
Deus” proclamando
San Giuseppe patrono
della Chiesa
universale. E dopo
di Pio IX, tutti i
Pontefici hanno
ribadito questa
concetto.
<<E’ giusto che sia
così>>, commenta
padre Vittorino
Grossi, teologo e
scrittore, direttore
della rivista di
studi patristici “Augustinianum”,
membro del
Pontificio comitato
di Scienze storiche,
professore di
Patrologia e
Patristica alla
Pontificia
Università
Lateranense e
all’Istituto
Patristico
Augustinianum. <<San
Giuseppe fu sposo di
Maria, la madre di
Dio; fu la persona
scelta direttamente
da Dio per la
missione più
straordinaria che si
possa immaginare,
essere il padre
legale del figlio
stesso di Dio nella
sua avventura
terrena, quando, pur
continuando ad
essere Dio, assunse
la natura umana,
diventando anche
vero uomo. <<Duemila
anni fa>>, prosegue
padre Vittorino con
un entusiasmo che
palesa amore e
ammirazione <<San
Giuseppe ha visto
nascere Gesù, lo ha
tenuto tra le
braccia, gli ha dato
un affetto immenso,
ha provveduto a
difenderlo da chi lo
voleva uccidere, ha
seguito la sua
crescita, ha
lavorato per
mantenerlo, gli ha
insegnato le regole
del vivere civile, i
principi religiosi,
è vissuto con lui e
la Madonna formando
una famiglia
speciale, la “Sacra
Famiglia”.
<<Ma pur avendo un
incarico così
eccezionale,
Giuseppe è stato in
vita sempre un uomo
umile e riservato.
Gli evangelisti
parlano poco di lui.
E anche nell’ambito
della storia della
devozione, il suo
culto si è
sviluppato
lentamente. Bisogna
arrivare alla fine
del primo millennio
della storia
cristiana per
trovare un
importante interesse
devozionale e
teologico per lui.
Poi, nel secondo
millennio,
quell’interesse è
andato via via
crescendo.
Importanti teologi,
come San Tommaso
d’Aquino, San
Bonaventura, il
Beato Giovanni Duns
Scoto con i loro
scritti hanno
approfondito ed
evidenziato il ruolo
di San Giuseppe
nell’ambito del
mistero
dell’Incarnazione.
San Bernardino da
Siena, nel
quindicesimo secolo,
fu un grande
divulgatore del
culto a San Giuseppe
e nelle sue prediche
sosteneva che era
stato assunto in
cielo come la sua
sposa Maria. Santa
Teresa d’Avila, nel
secolo sedicesimo,
promosse la
devozione a San
Giuseppe in tutta la
Spagna, e gli dedicò
dodici monasteri da
lei fondati.
<<Il più forte
impulso, però, alla
conoscenza teologica
di San Giuseppe è
venuto dai Pontefici
negli ultimi 150
anni. A cominciare
da Pio IX che, nel
1870, proclamò San
Giuseppe “patrono
della Chiesa
Universale”. Leone
XIII, nel 1889, gli
dedicò un’enciclica,
“Quamquam pluries”,
proclamandolo
“modello e avvocato
di tutte famiglie
cristiane”;
Benedetto XV, con il
Motu Proprio “Bonum
sane”, nel 1920,
esaltò l’efficacia
delle devozione a
San Giuseppe come
rimedio ai problemi
del dopoguerra; Pio
XI nel 1937, con
l’enciclica “Divini
Redemptoris”, lo
propose come
“modello e patrono
degli operai”; Pio
XII, nel 1955,
istituì la festa
liturgica di
Giuseppe operaio;
Giovanni XXIII, nel
1961, lo nominò
“Celeste protettore
del Concilio
Vaticano II”;
Giovanni Paolo II
nel 1989 gli dedicò
una Esortazione
apostolica,
“Redemptoris custos”,
che è uno
straordinario
documento teologico.
Gli interventi di
Benedetto XVI su San
Giuseppe sono
continui e
insistenti. Egli ama
molto questo santo
del quale porta il
nome di battesimo>>.
Che
cosa si conosce
esattamente della
vita di San
Giuseppe?
<<I Vangeli e i
libri canonici su
questo argomento
dicono poco. Matteo
e Luca concordano
nel presentare San
Giuseppe come
discendente della
stirpe di David.
Sembra avesse un
fratello di nome
Cleofa. Luca colloca
la sua famiglia a
Nazaret. Nei
racconti dagli
apocrifi, (cioè in
quei libri che
risalgono ai primi
secoli ma che la
Chiesa non ritiene
ispirati da Dio) si
trovano varie
indicazioni
anagrafiche, ma non
attendibili. Quegli
scrittori erano
preoccupati di
difendere alcune
verità dogmatiche,
come la verginità di
Maria, la divinità
di Gesù uomo-Dio.
Per dimostrare che
Gesù Bambino era
figlio di Dio, gli
attribuiscono una
miriade di miracoli
a volte ingenui e
grotteschi. Per
rendere accessibile
il concetto della
Virginità della
Madonna, presentano
San Giuseppe quasi
centenario.
<<Questi racconti
hanno influenzato
l’iconografia di
tutti i tempi, e
infatti San Giuseppe
è sempre presentato
anziano, con il
bastone e la barba.
In realtà, quando
sposò Maria, era
giovane. A quel
tempo, le ragazze
ebree si sposavano
tra i 12 e i 14
anni, mentre i
maschi tra i 16 e i
18 anni. Quindi,
Maria divenne
promessa sposa di
Giuseppe quando
aveva circa 12 anni,
e Giuseppe aveva 16
o 17 anni>>.
Si sa qualche
cosa della famiglia
di Giuseppe?
<<Matteo e Marco ci
informano che era un
falegname, quindi
apparteneva a una
famiglia di
artigiani. Per
indicare questa
professione usano la
parola greca “tekton”,
che viene in genere
tradotta con il
termine “falegname”,
ma va intesa in
forma più ampia,
come carpentiere,
impresario edile,
uno che lavorava il
legno soprattutto
per la costruzione
delle case, che
erano tutte in
legno. Un lavoro
importante dal quale
si deduce che la
famiglia di Giuseppe
fosse benestante.
Nell’impero romano
del tempo, la
società era divisa
in due classi: gli “humiliores”,
i meno abbienti, i
poveri; e gli “honestiores”,
che erano i
benestanti. I
“tekton” facevano
parte di questa
classe>>.
Giuseppe e Maria
erano innamorati o
il loro matrimonio
era stato combinato
dalle rispettive
famiglie?
<<Nella famiglia
ebraica, il
matrimonio aveva una
struttura
“patriarcale”,
“maschilista”. La
ragazza dipendeva
dal capofamiglia; il
ragazzo un po’ meno.
Nel caso del
matrimonio, erano le
famiglie che
trattavano, ma, alla
fine, era il ragazzo
che, con
l’approvazione del
padre e della madre,
andava a chiedere
“la mano” della
ragazza, la quale
poteva anche
rifiutare il
promesso sposo, ma
non succedeva quasi
mai.
<<Nel caso specifico
di Giuseppe e Maria
è logico ritenere
che siano state
osservate le
consuetudini, ma è
lecito anche pensare
che fossero
veramente
innamorati. E questo
lo si deduce proprio
da ciò che avvenne
dopo che era già
stato stipulato il
contratto di
promessi sposi>>.
Cioè
la scoperta da parte
di Giuseppe che
Maria era incinta?
<<Esattamente. Il
comportamento di
Giuseppe in quella
situazione palesa un
grande amore e una
grande stima di
Maria. La legge
prevedeva che dopo
l’accordo scritto
tra le due parti,
dovesse trascorrere
ancora un anno prima
che i due promessi
sposi andassero a
vivere insieme. In
caso di infedeltà
della donna, il
marito la ripudiava
e la donna veniva
punita con la
lapidazione. Il
Vangelo racconta che
Giuseppe, accortosi
che Maria era
incinta, rimase
naturalmente
sconvolto, e dopo
lunghe riflessioni
decise di lasciarla
libera, senza
ripudiarla
ufficialmente per
evitare che venisse
uccisa. Questa
decisione dimostra
che Giuseppe voleva
veramente bene a
Maria, la stimava e
non si permise
neppure di
giudicarla>>.
Ma arrivò
l’angelo a chiarire
tutto. Disse a
Giuseppe: “Non
temere di prendere
con te Maria tua
sposa, perchè ciò
che in lei è
generato, è di
Spirito Santo. E
darà alla luce un
figlio e gli porrai
nome Gesù; egli
infatti salverà il
popolo suo dai suoi
peccati. Destatosi
Giuseppe dal sonno,
fece come gli aveva
ordinato l’Angelo
del Signore”.
Che preparazione
culturale e
religiosa aveva
Giuseppe per capire
e accettare le
parole dell’angelo?
<<Le scuole ebraiche
di 2000 anni fa
erano
all’avanguardia.
Erano divise in
Elementari e in
Superiori. Le
elementari erano
frequentate dai
ragazzi dai 5 ai 13
anni. La superiori
portavano al
conseguimento del
titolo di ‘rabbino’,
che era equivalente
al nostro dottorato
in Giurisprudenza.
Giuseppe aveva
certamente
frequentato le
elementari. E poiché
lo studio era
incentrato sulla
conoscenza della
Bibbia, della storia
sacra, dei riti
religiosi, conosceva
bene i testi delle
profezie riguardanti
l’attesa del Messia,
e quindi le parole
dell’angelo non
erano per lui prive
di senso, anzi,
avevano un
significato
importantissimo.. E
poiché, come dice
l’evangelista, era
“giusto”, viveva
cioè in sintonia con
Dio, intuì il
profondo significato
di quella storia e
accettò come aveva
accettato Maria.
Entrò così nel
mistero e da allora
fu un fedele
esecutore della
volontà di Dio>>.
San Giuseppe, e
anche Maria, furono
liberi nella scelta
di aderire alla
volontà di Dio, o
“programmati” in
funzione della
“missione” che Dio
aveva previsto per
loro?
<<Furono certamente
liberi. Sant’
Agostino spese
l’intera esistenza a
riflettere sul
“libero arbitrio” e
quattro anni prima
di morire scrisse un
libretto che si
intitola “La Grazia
e il libero
arbitrio”. Egli
dice: “Nelle Sacre
Scritture ci sono
testi che dicono che
c’è la Grazia di
Dio; e ci sono testi
che dicono che c’è
il libero arbitrio
dell’uomo. Noi
sappiamo che queste
due realtà esistono
ma come poi, nella
vita, si compongono,
si mettano insieme,
a noi non è dato di
capire: questo fa
parte del mistero di
Dio e del mistero
dell’uomo”. Quando
tra Dio e l’uomo vi
è sintonia, amore,
allora tutto avviene
in modo libero e
spontaneo. L’uomo
intuisce l’amore di
Dio, la verità
dell’amore di Dio, e
ne è attratto. Maria
e Giuseppe avevano
un istintivo e
naturale trasporto
verso Dio, e vivendo
in amicizia con lui,
seguivano
liberamente le
intuizioni suggerite
dalla Grazia>>.
Dopo
la nascita di Gesù,
Giuseppe deve
affrontare
situazioni molto
difficili: l’ira di
Erode, la fuga in
Egitto eccetera. E
risolve tutte queste
difficoltà prendendo
decisioni rapide e
precise, dimostrando
di essere un uomo
attivo e coraggioso.
<<Certo, dal
racconto che i
Vangeli fanno di
quelle situazioni si
ricava che Giuseppe
era una persona
molto dotata anche
da un punto di vista
umano. Un giovane
straordinario. E
Maria era come lui.
Insieme presero
decisioni che
comportavano
sacrifici,
incognite,
preoccupazioni
gravi. Avevano un
bambino piccolo,
minacciato di morte,
bisognava scappare
in fretta. Partirono
per l’Egitto e, a
quanto è dato
sapere, fecero un
viaggio di circa 500
chilometri. Si
aggregarono a una
carovana.
Viaggiavano quindi
in compagnia di
altre persone, ma i
sacrifici e i disagi
non furono per
questo meno gravi.
Ma niente mai turbò
la loro fiducia in
Dio. La loro unione
familiare>>.
Un altro momento
difficile si
presentò durante
l’annuale viaggio a
Gerusalemme, quando
persero il figlio
che aveva 12 anni.
<Anche in
quell’occasione
soffrirono molto.
Tre giorni di
ricerche. E quando
finalmente trovarono
il figlio nel
tempio, la Madonna
disse una frase che
“fotografa” il
dolore e la
sofferenza che
avevano nel cuore:
“Perché ci hai fatto
questo. Io e tuo
padre, angosciati,
ti cercavamo”.
“Angosciati”: un
aggettivo che fa
capire quanta
sofferenza e quanto
amore avevano tutti
e due per quel loro
figlio>>.
Il ritrovamento
di Gesù nel tempio,
è l’ultimo episodio
riferito dai Vangeli
in cui compare San
Giuseppe.
<<Esatto. Poi
seguirono gli anni
della vita nascosta
di Gesù. Vita di
famiglia. Gesù avrà
certamente lavorato
con suo padre. Era
diventato anche lui
un falegname,
esperto in quella
professione. Ma ha
anche certamente
continuato a
studiare. Infatti,
quando inizia la sua
vita pubblica, lo
chiamano “Rabbi”,
“Maestro”: titolo
riservato a chi
aveva frequentato le
Scuole Superiori,
arrivando al
dottorato in
giurisprudenza. Gesù
era colto, conosceva
di sicuro anche il
greco e il latino>>.
Quando morì
Giuseppe?
<<Prima che Gesù
iniziasse la sua
vita pubblica,
perché nel racconto
dei Vangeli di quel
periodo, Giuseppe
non appare più. Come
sia morto, non si
sa. Certamente
assistito dalla
moglie Maria e dal
figlio Gesù. Cioè,
assistito dalle
persone più care che
aveva e noi sappiamo
quale fosse la loro
vera identità.
Quindi, una morte da
invidiare. Per
questo, San Giuseppe
è patrono della
buona morte>>.
San Bernardino da
Siena e altri
teologi sostengono
che sia stato
assunto in cielo,
come sarebbe poi
accaduto a Maria”.
<<La Chiesa Greca ha
accolto questa
ipotesi. Anche Sant’Ireneo,
prima di san
Bernardino, scrisse
molto su questo
argomento. Ma la
Chiesa Cattolica non
si è mai pronunciata
ufficialmente su
questo tema>>.
Renzo Allegri
Una Pasqua di
solidarietà con Alba
e le uova del
commercio equo
solidale
08/03/2012
È
in corso una nuova
iniziativa per la
raccolta fondi a
favore dei bambini
del Policlinico
Umberto I di Roma
promossa da Alba,
Associazione
Loredana Battaglia:
la vendita di uova
di Pasqua del
commercio equo e
solidale. Ancora una
volta sarà un
prodotto artigianale
di ottima qualità a
contraddistinguere
le iniziative di
solidarietà della
Onlus Alba: l’Arcobaluovo.
È questo il nome
dell’uovo di
cioccolato avvolto
in una coloratissima
confezione in cotone
AZO free
utilizzabile come
borsetta o
copri-bottiglia,
creata dalle
artigiane di Ralla,
un gruppo di lavoro
che opera in Sri
Lanka e nato dopo lo
Tsunami del 2004. Il
termine Ralla
significa in
cingalese onda e
ricorda il tragico
evento.
L’uovo è interamente
prodotto nella
Fabbrica del
Cioccolato equa e
solidale di Equoland
a Calenzano (FI)
partendo dal
semilavorato al
latte (cacao minimo
40%) e fondente
extra (cacao minimo
60%) del progetto
APOV, Ecuador, con
una lavorazione
totalmente
artigianale e una
filiera corta che si
articola in varie
fasi, dalla
trasformazione del
semilavorato al
confezionamento
delle uova di
Pasqua. Il cacao
utilizzato per la
lavorazione del
cioccolato proviene
da una piccola
organizzazione di
produttori del
Cantone di Vinces,
che coltiva nelle
proprie fattorie
(finche) una delle
migliori varietà di
cacao, che cresce
insieme alle altre
piante locali, quali
banane, papaya e
caffè, come da
tradizione
ecuadoreña. Le
sorprese contenute
nelle uova sono in
legno e provengono
dallo Sri Lanka (per
fare qualche
esempio: temperini e
mollette ferma carta
con forme animali,
porta penne, ecc),
lavorate a mano e
colorate con vernici
atossiche prodotte
dalla ONG Gospel
House Handicrafts.
Alba e gli amici di
Alba si prefiggono,
quindi, uno scopo
nobile: promuovere
iniziative solidali
attraverso altre
iniziative solidali,
al fine di mettere
in atto una spirale
positiva ad
altissimo valore
aggiunto. Il
ricavato della
vendita andrà a
finanziare le
attività
dell’associazione e
in particolare la
pet therapy presso
il reparto di
Pediatria del
Policlinico Umberto
I.
Le uova possono
essere ordinate via
mail all’indirizzo:
info@associazioneAlba.eu
oppure acquistate al
banchetto di Alba
presente al
mercatino di Via del
Pigneto (Roma) il 25
marzo o al mercato
di Piazza Mazzini
(Roma) il 1 aprile.
Bossi su Monti non stupisce i leghisti Borghezio e il
suo “volontariato radical chic” indigna il mondo
06/03/2012
“Monti rischia la vita
perché il Nord lo farà
fuori”. I più non
possono non essere
scioccati dalle parole
di Bossi.
Un’affermazione questa
che suona più come una
minaccia di morte, che
altro. A livello
nazionale e non, queste
parole hanno suscitato
indignazioni dalle varie
parti politiche in
campo, dall’Udc al Pd
passando per l’Idv.
E i
militanti della Lega
veronese, quelli che la
politica iniziano a
farla dal basso, nelle
sezioni, nei quartieri?
Stupiti, indignati,
prendono le distanze?
Nient’affatto. Perché
chi Bossi lo segue e lo
conosce, non è per nulla
stupito. “Siamo abituati
alla dialettica colorita
del capo – dice
tranquillo, e per nulla
sorpreso Daniele Bernato,
segretario della sezione
Golosine Santa Lucia
della Lega Nord – sono
espressione forti,
certo, ma metaforiche.
Non è la prima volta per
Bossi: aveva usato altre
espressioni che hanno
fatto rumore, come
“useremo i fucili”, e
via dicendo. Non
intendeva certo
imbracciare
concretamente un fucile,
era anche quella
un’espressione sì forte,
ma metaforica: tipica
sua. Poi c’è un altro
fatto – sottolinea
Bernato - ossia che in
molti hanno
decontestualizzato la
frase”.
Non è
tardata la replica del
Senatur: “Ho minacciato
di morte Monti? È Monti
che minaccia di morte
noi... Ho detto che
Monti nella testa dei
padani non è ben visto
perché ci porta la
povertà e poi anche la
mafia. I giornalisti
travisano, non si
smentiscono mai quelle
teste di legno”. Questa
la replica di Bossi alle
accuse, sempre dal palco
del suo comizio a
Piacenza.
Se
nelle sezioni della Lega
sparse in giro per la
roccaforte veronese non
c’è stupore per le
parole di Bossi sul
premier Monti, nel mondo
del volontariato
un’altra eco leghista è
destinata a suscitare
scompiglio e
indignazione. Quella sì,
tanta. È quella arrivata
per bocca
dell’europarlamentare
padano Mario Borghezio,
che ieri sera nella
trasmissione
Klauscondicio, parlando
di Rossella Urru, la
cooperante sarda rapita
quattro mesi fa in
Algeria e di cui ad oggi
non si conoscono ancora
le sorti ha affermato:
“Il volontariato è una
moda cattocomunista e
radical chic poco
trasparente”.
Nel veronese l’eco di
Borghezio ha come
effetto commenti e
risposte secchi e
taglienti. “Dimostra una
forte ignoranza del
mondo del volontariato e
della cooperazione”,
taglia corto Lucio
Garonzi, direttore del
Centro Servizi
Volontariato veronese. A
Mondo Mlal, che opera in
Marocco e in America
Latina, in questi giorni
ci sono circa 20 ragazzi
in partenza per la loro
esperienza di
volontariato
internazionale. Proprio
come Rossella Urru
andranno nei Paesi meno
sviluppati per offrire
un gesto solidale. Le
parole di Borghezio non
solo feriscono, ma
offendono.
“Non
so cosa dire, queste
affermazioni lasciano
letteralmente basiti. È
un riferimento a
categorie fuori da ogni
realtà: oggi il mondo
del volontariato è molto
articolato, variegato”,
argomenta Mario Lonardi,
presidente Progetto
Mondo Mlal, “collega”
dell’associazione in cui
opera Rossella Urru.
“Negli interventi in
paesi in via di sviluppo
i nostri Partners sono
le imprese. Intervenire
in posti del mondo meno
fortunati non è un modo
per buttare al vento le
risorse, ma l’opposto. E
anche le associazioni
sono tenute a
rendicontazioni e
certificazioni dei
progetti molto attente E
chi parte da casa
propria per andare in
quei luoghi, non facili,
lo vede come
un’opportunità di
crescita. Per le persone
che incontrerà e anche
per se stesso”. È quello
che stanno dimostrando
questi 20 ragazzi,
pronti a partire. “Loro
rappresentano un bello
spaccato del
volontariato veronese”.
A. M.
Omicidi
familiari: escalation
negli ultimi giorni
Lo
psicoterapeuta: “casi in
aumento, la crisi può
peggiorare situazioni
già precarie”
06/03/2012
Brescia: un camionista
di 34 anni ha atteso il
rientro a casa dell'ex
moglie dalla quale ha
avuto tre figli e ha
sparato con una pistola
uccidendo lei e un amico
della donna. È poi
salito in casa, e ha
sparato ancora
ammazzando la figlia
della donna avuta da una
precedente relazione,
una ragazza di 19 anni,
e il suo fidanzato,
risparmiando dalla furia
omicida i tre bambini di
10, 7 e 5 anni avuti
dalla donna.
Piacenza, altro gesto di
follia omicida. Una
donna sudamericana è
stata uccisa in strada,
La vittima è caduta
senza un grido e
l'assassino le ha
scaricato addosso altri
sei-sette colpi. Poi si
e' girato e camminando
come se niente fosse ha
raggiunto la sua
bicicletta e si e'
dileguato.
E
adesso Verona, con una
pacifica, perfetta
coppia di un quartiere
di provincia elegante e
ordinato che sconvolge
il tran tran quotidiano:
lui la strangola dopo
una lite, con uno dei
tanti foulard che lei
era solita indossare,
certo che quell’sms
letto poco prima sul
cellulare di lei fosse
la prova inconfutabile
del suo tradimento.
Inutile cercare in giro
per il Paese o scavare
nella storia delle varie
città. Inutile
nascondere la polvere
sotto il tappeto: queste
storie di gelosia
estrema, delitti
passionali, tragedie
familiari che dir si
voglia ci sono, e,
soprattutto nell’ultimo
periodo, non sono poche.
Una fatalità forse, ma
negli ultimi giorni c’è
stato un pericoloso
domino, un susseguirsi
di “tragedie familiari”.
Delle coincidenze di
sicuro, ma il
susseguirsi di notizie
non può non far
riflettere. Secondo
quanto rilevano le
statistiche, i delitti
passionali costituiscono
la maggior parte dei
crimini consumati in
Italia.
Ma
cosa c’è dietro questo
fenomeno sempre più in
aumento? Dai dati
di una ricerca, condotta
dal dottor Massimo
Lattanzi insieme ad
altri tre colleghi
psicologi “Stalking
il lato oscuro delle
relazioni
interpersonali”
(Ediservice.
Roma, 2003), risulta che
da un campione di 266
delitti: l’84% dei
delitti sono risultati
passionali; l’età media
è di 35 anni, circa il
70% delle vittime sono
di sesso femminile e nel
90% dei casi esiste una
familiarità
autore-vittima, oltre a
un dato molto
importante: la maggior
parte dei casi ha radici
nella vita coniugale. E
ancora, le statistiche,
tanto per restare nei
pressi di Verona, dicono
che nel Veneto ci sono 6
casi al giorno di
violenze familiari
denunciate
“Pensiamo a quelle che
invece non vengono
denunciate – esordisce
Renato Sperotti, medico
e psicoterapeuta. Spesso
si legge anche che nei
cambi di stagione si
acuiscono determinate
tendenze o patologie
depressive che
porterebbero poi, a
gesti estremi. Sarà
vero? “Il cambio di
stagione c’è, ma è
interno alla persona. Si
tratta di fasi
personali, il vissuto
che ciascuno di noi ha
ed esternizza a seconda
degli elementi esterni
riscontrati nella vita
quotidiana. Facciamo un
esempio molto banale. Se
voglio fare un regalo a
una persona cara, compro
qualcosa che a questa
piace. Ma quando mi
presento con il regalo,
questo può essere
recepito in mille modi
diversi: come gesto
d'amore, un gesto
beffardo, un gesto di
sfida, un gesto
riparatorio. Ognuno a
seconda di quella fase
che sta attraversando,
dello stato emotivo che
attraversa”. Ma la crisi
può in qualche modo
indurre a superare il
limite? “Sicuramente la
crisi esaspera
situazioni già precarie
– afferma Sperotti -. Il
‘troppo pieno’ deve
trovare sfogo nelle
cose, soprattutto in
quelle in cui si tiene
di più. Ecco che allora
il problema della
gelosia si scatena e
diventa rabbia furiosa.
Crisi, Governo e
problemi economici non
aiutano. Ma sono
soprattutto le crisi
interiori che tengono
banco, le crisi che una
persona ha e che si
riversano nei confronti
delle persone che per
noi contano di più”.
Anna Martellato
WEBITALYNEWS
Autorizzazione Tribunale di Aosta N° 01/05 del 21 Gennaio 2005
Direttore responsabile Franco Rossi Marcelli
Direttore editoriale Marco Camilli